Archive for marzo 2010

Hello world!

marzo 16, 2010

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iChiamo

marzo 15, 2010

Oggi è venuta fuori la più femminile natura che c’è in me. Non ho resistito, e mi sono fatta tentare dalla mela. Niente a che vedere con le renette o le golden della Val di Non. La mela addentata in questione è quella della California settentrionale. Per mia fortuna, non ne ho acquistato un intero chilogrammo, altrimenti mi sarebbe costato stipendo e tredicesima messi assieme. Con la scusa che il vecchio telefonino aveva una batteria che durava anche meno dei novanta minuti della Corazzata Potemkin, l’ho sostituito concedendomi lo sfizio del momento. L’iPhone ora è anche mio. Spacchettato e caricato, controllo subito che il mio nuovo oggettino faccia il suo dovere primario: chiamate, sms, fotografie. Dandogli poi le dritte giuste e sfiorando qualche altro tasto, mi accorgo che riproduce la musica senza bisogno di cuffie, manda e riceveva e-mail dal mio solito account, registra il canto di mia figlia all’asilo, e su poco più di tre pollici naviga in internet. In particolare, se ci fosse un patentino nautico per questo, richiederebbe sicuramente una diottria di dieci decimi perché si riesca a decifrare i testi che, evidentemente, sono miniaturizzati a misura di gnomo. Ma con un tocco lieve di dita, simile ad un abracadabra, la visuale si ingrandisce fino a farmi vedere ben tre parole sulla stessa riga… Già questo è notevole, per carità, soprattutto se penso che sono nata con telefono il duplex in casa. La rotella dei vecchi telefoni però funzionava anche avendo le dita dotate di unghie da modella di Vogue, che non ha mai visto una spugna da cucina. Il mio aggeggio invece funziona con il touch-screen, un sistema di accesso ai servizi, basato sul delicato tocco del polpastrello. Bandite dunque finte unghie lunghe e grosse mani da badilatore, dal momento che occorre la precisione di un orafo artigiano, per centrare la micronesima porzione esatta di schermo che si vuole andare a cliccare. Ma esiste un altro pezzo di mondo che rende l’iPhone così particolare, ed è l’universo delle applicazioni. Scaricandoli da un opportuno sito, i programmi consentono di trasformare in pochissimi secondi la saponetta da 135 grammi in una varietà pressoché infinita di altri prodotti, che con il concetto di ‘oggetto per chiamare’ non hanno nulla a che fare. L’elenco dei programmi è innumerevole, una gamma da fare impallidire la lista nozze dei reali d’Inghilterra. I prezzi sono un poco più abbordabili, invece: si parte dagli scaricabili gratuiti, si procede con i più economici a 0,79 cent, fino a raggiungere i top di livello, quelli che alleggeriscono la carta di credito di un centone di euro. Naturalmente, sempre a carico c’è la spesa per la basilare connessione internet, ormai ineludibile nella vita d’oggi, al pari del tradizionale binomio di tasse-corone di fiori. Un bazar in tasca, per tutte le tasche, insomma. Presa dalla frenesia – la stessa di un bambino al primo giorno di libero accesso a Disney channel – inizio ad installare programmini in maniera del tutto casuale. Mi sento la massaia che passa avanti e indietro, dalla corsia del pesce fresco a quella degli shampoo, e butta nel carrello di tutto… Ce n’è per tutti i gusti. All’improvviso, mi chiedo se le persone che normalmente chiamavo con il mio preistorico cellulare siano a conoscenza di questa scatoletta magica. E poiché immagino che molte non lo siano, inizio a contattarle per raccontare loro della novità. La prima ad essere informata è la mamma (tautologico finché si vuole, ma la mamma è la mamma…). Quando provo a spiegarle, lei subito non capisce e pensa che abbia acquistato un nuovo asciugacapelli. Afferro al volo che lei è di un’altra generazione e proseguo con un secondo numero di miei contatti. Chiamo la mia amica Simona, che all’opposto, è una tipa single sempre in giro, o per ristoranti, o per negozi, o per cercare qualcuno che poi li paghi. Le spiego che nel mio nuovo arnese c’è la più aggiornata guida Michelin e il navigatore per arrivare al miglior ristorante di zona. C’è un segnalatore di autovelox per arrivarci in tempo senza prender multe e intere collezioni pret-à-porter per indossare l’abito giusto. Un fidanzato? Mi chiede. No, l’i-boy non l’ho ancora trovato, ma se può far comodo il gingillo si trasforma in un pratico massaggiatore. Chiudo la telefonata con Simona. Il successivo nella mia rubrica è Raimondo, che di solito ama più una chitarrata attorno al falò sulla spiaggia, che non l’iPod in camera vicino al termosifone. A lui consiglio le previsioni meteo aggiornate su qualunque parte del globo e la mappa completa delle costellazioni stellari; misuratore di temperatura esterna ed altimetro, se decide per la gita d’alta quota all’ultimo momento. Se poi è in vena di suonare in compagnia al chiar di luna, l’oggetto si improvvisa chitarra o piano elettrico. E per raccogliersi intorno al fuoco di mezzanotte sul bagnasciuga c’è pure un bell’accendino che fiammeggia, virtuale ma gagliardo.
L’avviso di chiamata di mio marito che sta per rincasare pone fine al mio giro di chiacchierate. A lui, più di tutti, ora devo decantare le lodi del mio acquisto, se non altro per giustificare il fatto che mi sono giocata più di metà rata del nostro mutuo… A lui, pluriletterato e sensibile agli aspetti di utile conoscenza, parlo del vantaggio di un vocabolario portatile, del traduttore di lingue, ma anche della possibilità di rileggersi la Divina Commedia e i Promessi sposi sulla metropolitana mentre andiamo insieme al lavoro o, se proprio è stanco, del beneficio di riguardarsi semplicemente l’intera galleria del Louvre… Resta un po’ scettico, e soprattutto mi ricorda il suo marcato astigmatismo, che fa a pugni con il mondo intero da osservare in un palmo di mano. Gioco l’ultima carta: “Se non vuoi leggere, ci sono gli audiolibri da ascoltare”. Si fa tardi e decidiamo di andarcene a letto. Io però non riesco a staccarmi dall’iPhone, che evidentemente gioca il ruolo di terzo incomodo ai suoi già gelosi occhi. Una volta infilati sotto le coperte, il maschio ci prova, come al solito. “No dai, …stasera no…. Ho mal di tech, tesoro…

Serata sushi

marzo 15, 2010

Al laborioso e intraprendente popolo cinese – che ci ha vestito, coperto di bigiotteria, riempito le case di soprammobili indistruttibili e i bambini di giochi usa e getta – va anche il merito di averci rifocillato per anni con sapori esotici a costi più che domestici. Con gli stessi soldi spesi per quattro racchette da ping-pong, i ristoranti cinesi hanno portato l’oriente nel palato di chiunque frequentasse uno dei loro tanti popolari ristoranti. Questo accadeva fino a poco tempo fa, finché cioè non hanno iniziato a diradarsi, ad essere inglobati e sostituiti da ristoratori provenienti dall’oriente più estremo: il Giappone. Quattro passi nel centro di Milano, quattro conti sul numero di sushi bar e concludo che i ristoranti giapponesi sono la vera novità nel panorama del mangiar fuori non-convenzionale. Decido di organizzare una serata fuori tra amici, per condividere e commentare insieme il nuovo trend. Ma convincerli e trascinarli non è semplice. Vai a spiegare loro che il popolo orientale che si nutriva di insetti era la Thailandia e non il Giappone; che non occorre presentarsi scalzi con i calzettoni bianchi da palestra; e che il riso cantonese non centra nulla… Devo spiegare innanzitutto che gli chef nipponici non hanno nulla a che vedere con i confinanti, si fa per dire, cuochi cinesi: all’ingresso del locale non c’è traccia di alcun odore di pastella abbandonata per sempre nell’olio di semi bollente, e all’uscita nessun Buddah color-verde pisello-surgelato in omaggio. Il tutto è molto più raffinato, dal locale alle materie prime. La mia amica Manuela obietta che non sa bene cosa si mangerà, e quindi preferirebbe prenotare sottocasa alla solita “Trattoria Il Focolare, leggi grigliata rossa fino a crepare”. Quando la sento tornare alla carica con il suo monotono posto di fiducia, le spiego con calma e a discapito della mia carica (di cellulare) che: il sushi innanzitutto non fa paura. E’ il tipico piatto giapponese a base di pesce fresco e riso; ancor di più è un termine generico, che comprende diversi tipi di piatti di tal fattura, ma tutti accumunati dal sembrare dei mattoncini lego al mercato del pesce. C’è il semplice sashimi, fette di pesce crudo; il nigiri, lo stesso taglio di pesce – per lo più spada, salmone, tonno, branzino – posato su di una polpettina di riso; hosomaki e uramaki, un involtino dai medesimi ingredienti ma con l’aggiunta di alga nori, in composizioni simili a fette di arrosto ripieno. Qua mi fermo, ma le varietà non sarebbero terminate”. Giusto per farle capire. Fin qua mi segue. Più difficile spiegarle i sapori di salse i contorni: foglie di sisho, wasabi e zenzero. “Un po’ tipo il sapore di mostarda mantovana?” mi chiede. “Un po’… Ma fidati, non c’è che provare….” suggerisco io per tagliare la testa al toro e la telefonata a mio carico. Mi richiama lei nel pomeriggio “Pensavo una cosa. Siccome io ho avuto una zia al mare in Puglia che quest’estate alla cena di ferragosto ha avuto il mal di stomaco quattro ore, per via delle capesante… io avrei qualche riserva sul pesce crudo sbrinato in chissà quale cucina sulla circonvallazione. Non si può cucinare in casa questo sushi?” “Al di là del fatto che non mi pare di averti parlato di molluschi e che tua zia è stata operata almeno due volte al fegato, non parliamo di roba semplice, né da trovare, né da cucinare. Occorre il riso-sushi apposta, l’aceto di riso, bisogna sapere la giusta dose di zucchero e sale (con lo zucchero nei primi non si scherza!), servono le alghe commestibili e soprattutto una secolare arte di taglio del pesce… Insomma, non è l’insalata di riso e tonno che ti porti al mare sotto l’ombrellone”. La convinco. Ci diamo appuntamento alle otto e andiamo. All’arrivo ci guardano un po’ sconcertati: siamo in dieci e devono unire cinque tavolinetti quadrati. Tutto intorno a noi è piccolo e dalla forma quadrata: piatti, (piattini in realtà), bicchieri, vassoi, tovagliette, sezione delle posate. Ebbene sì, si tratta di bacchette: la debacle dell’avventore dilettante. La discussione se sia meglio separarle o tenerle unite, anima la tavolata fino all’arrivo del grande misto sushi. La risposta giusta è separarle, anche se poi è una lotta continua riuscire a tenerle sufficientemente vicine quanto basta. E’ consigliabile visionare una veloce sequenza su You-tube del tipo “l’arte delle bacchette cinesi per principianti” prima di cimentarsi con quest’arma per la prima volta. Io, che non ne ho mai capito la logica, a questo punto pagherei volentieri tremila yen una forchetta e almeno mille un pacchetto di grissini, anche del tipo da pensione due stelle. Ma niente. La tradizione vuole la sua parte, come l’occhio del resto. La presentazione dei piatti fa parte della coreografia. Tutto è ottimo e va giù che è un piacere, o quasi. Tanto che a metà cena qualcuno di noi prova ad alzare la mano al cameriere per chiedere un vinello chiaro e fresco da accompagnare ad un pesce altrettanto fresco, magari un Muller Thurgau… Da bere, è arrivato del sakè. Pazienza. Ormai, noi – nuovi samurai del gusto fusion – siamo pronti a tutto questa sera: anche a dissetarci con riso fermentato, al posto dell’uva. Del resto, sempre di chicchi si tratta. Dopo due ore non rimane nulla, nemmeno la verde e fortissima pasta wasabi: segno inequivocabile che è il momento di andare. Mi alzo con un corposo retrogusto di soia, che ha tutta l’aria di voler seguirmi e restare fino a domattina per conoscere il caffè americano. Però, ne vale la pena.
Ci avviamo alla cassa. Speriamo solo che nessuno degli amici abbia da ridire sulle sessanta cocuzze da tirar fuori per un po’ riso bollito….

Donne con la pistola

marzo 15, 2010

Riviste maschili alla mano, mi sembra che nella moda delle icone sexy, molte di quelle che erano conigliette vent’anni fa, oggi siano diventate soldatesse con fucile e reggicalze. Nel grande gioco della caccia, forse la donna ha scoperto che era meglio passare dall’altra parte: meglio inseguire armate che essere facili prede … Fatto sta che l’uomo, dopo essersi rifatto gli occhi con piume di struzzo e fior di pizzi, ora si bea soprattutto alla vista delle foto che ritraggono la donna con il coltello dalla parte del manico. Quando mi accorgo che dai barbieri la cover della soldatessa spopola più del Topolino dai dentisti per bambini mi dico perché non dovrei anch’io mettermi a giocare ai soldatini? Se è questo che l’uomo cerca, se questo è il nuovo trend, solletichiamo pure l’immaginario maschile con il solito corpo, avvolto però da un’aria militaresca. Costatato che il verde scuro riesce a non fa a pugni con il colore dei miei capelli, decido di procedere con le manovre. Non me ne starò ancora per molto a guardare procaci modelle in tuta da parà a far volare per aria la testa di mio marito. Se proprio gli deve cader l’occhio sulla mimetica sbottonata, che sia la mia. Altrimenti, ad un certo punto chi si sbottona per gelosa insofferenza sarò io. Per iniziare, al primo giorno di mercato rionale mi compero una bella magliettina aderente color boscaglia. Però, per fare la Lara Croft di Lambrate non basta un completino maculato d’autunno, occorre molto di più. Servono accessori veri. Vorrà dire che mi darò al tiro a segno. Non serve necessariamente frequentare un poligono, si può improvvisare anche a casa propria: basta fissare un bersaglio al muro e un appuntamento con l’oculista. Posto che sono anche idonea al tiro, senza compromettere il doppio vetro mio e del vicino, metto a tema la questione in casa. Come tutti gli acquisti di roba non commestibile che superino i cento euro, occorre condividere l’idea d’acquisto – d’una pistola in questo caso – con chi quei duecentocinquanta euro li porta a casa. Due sere più tardi ne parlo dunque a cena con mio marito. E lui approva. Non avevo dubbi. Se sia perché già si vede un’avvenente Bond girl o l’impavida Black Mamba di KILL BILL nel letto, preferisco non saperlo. L’importante è che io domani torni a casa con la mia nuova UMAREX Beretta 92 ad aria compressa piccolo calibro. Per un uso casalingo non vale la pena scomodare fucili o porto d’armi. Sugli accessori ci faccio un pensierino. Si può completare l’acquisto con: mirino per migliorare la precisione, compensatore per limitare l’effetto rinculo, silenziatore per non spaventare mezzo condominio. Basta la sola carta d’identità: i pallini 4,5 mm vengono usati solo per ammazzare il tempo. Per usarla aspetto però il weekend, quando l’occhio supervisore del mio beneamato mi illuminerà su tamburi e caricatori. Nel frattempo decido comunque di non rimanere con le mani in mano, ma di allenarmi con qualche ‘arma’ casalinga. Se so già usare propriamente un minipimer e la piastra per capelli, posso procedere a maneggiare strumenti che contemplino un più massiccio uso della mira. E poiché il tempo è quello che è, opto per la spesa veloce al supermercato e mi armo del lettore di codice a barre. Per iniziare ad impratichire la mira è perfetto: si tiene come un telecomando e si punta sul bersaglio a righe nere. Al nostro clic, si accende la luce verde: centro. Arrivata a centoventi euro di vettovaglie mi fermo, altrimenti rischio che anche il conto vada all’infrarosso. Arriva il sabato. Posizioniamo il bersaglio al muro, carichiamo i pallini nel caricatore e la bomboletta d’aria nell’apposito vano. Ormai, il pretesto dell’aria da moglie-soldato-con-carattere è stato surclassato dalla reale sfida di riuscire a colpire il bersaglio nel modo migliore possibile. Sto riconsiderando la situazione in una semplice ottica di allenamento per la vista e la concentrazione. Se poi il marito ci intravede una moglie armata di sensualità, tanto meglio. Il primo sparo è mio, ca va sans dire.  E’ più complicato di quanto non pensassi, ma ci prendo gusto. Ottimi da appendere sono i bersagli di carta appoggiati su di un raccoglitore d’acciaio per i proiettili consumati: cambiando il cartoncino, ad ogni successivo caricatore si vedono i miglioramenti. Il lunedì mattina provo da sola, senza difficoltà. Il problema non sono io, ma è il muro. Dopo un quarto d’ora mi accorgo che il bersaglio sembra posato sul tetto di una Panda su cui è grandinato come noci dal cielo. Copro il tutto con un bell’ingrandimento fotografico (ma proprio grande), e per questo consiglio, prima di iniziare a pistolare (come dice mia figlia in età d’asilo) di installare intorno al cerchio da colpire una protezione per la parete: evitare il sughero, perché si incorre nel pericolo di rimbalzo del pallino; meglio il polistirolo. In più è bianco come il muro.

Attualmente, l’allenamento è in progress.

Effetti sul marito? Non ho chiesto apertamente i suoi commenti, ma a Natale mi ha regalato un baby-doll color rosa antico e un tubino nero da sera. Vorrà dirmi qualcosa??