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iChiamo

marzo 15, 2010

Oggi è venuta fuori la più femminile natura che c’è in me. Non ho resistito, e mi sono fatta tentare dalla mela. Niente a che vedere con le renette o le golden della Val di Non. La mela addentata in questione è quella della California settentrionale. Per mia fortuna, non ne ho acquistato un intero chilogrammo, altrimenti mi sarebbe costato stipendo e tredicesima messi assieme. Con la scusa che il vecchio telefonino aveva una batteria che durava anche meno dei novanta minuti della Corazzata Potemkin, l’ho sostituito concedendomi lo sfizio del momento. L’iPhone ora è anche mio. Spacchettato e caricato, controllo subito che il mio nuovo oggettino faccia il suo dovere primario: chiamate, sms, fotografie. Dandogli poi le dritte giuste e sfiorando qualche altro tasto, mi accorgo che riproduce la musica senza bisogno di cuffie, manda e riceveva e-mail dal mio solito account, registra il canto di mia figlia all’asilo, e su poco più di tre pollici naviga in internet. In particolare, se ci fosse un patentino nautico per questo, richiederebbe sicuramente una diottria di dieci decimi perché si riesca a decifrare i testi che, evidentemente, sono miniaturizzati a misura di gnomo. Ma con un tocco lieve di dita, simile ad un abracadabra, la visuale si ingrandisce fino a farmi vedere ben tre parole sulla stessa riga… Già questo è notevole, per carità, soprattutto se penso che sono nata con telefono il duplex in casa. La rotella dei vecchi telefoni però funzionava anche avendo le dita dotate di unghie da modella di Vogue, che non ha mai visto una spugna da cucina. Il mio aggeggio invece funziona con il touch-screen, un sistema di accesso ai servizi, basato sul delicato tocco del polpastrello. Bandite dunque finte unghie lunghe e grosse mani da badilatore, dal momento che occorre la precisione di un orafo artigiano, per centrare la micronesima porzione esatta di schermo che si vuole andare a cliccare. Ma esiste un altro pezzo di mondo che rende l’iPhone così particolare, ed è l’universo delle applicazioni. Scaricandoli da un opportuno sito, i programmi consentono di trasformare in pochissimi secondi la saponetta da 135 grammi in una varietà pressoché infinita di altri prodotti, che con il concetto di ‘oggetto per chiamare’ non hanno nulla a che fare. L’elenco dei programmi è innumerevole, una gamma da fare impallidire la lista nozze dei reali d’Inghilterra. I prezzi sono un poco più abbordabili, invece: si parte dagli scaricabili gratuiti, si procede con i più economici a 0,79 cent, fino a raggiungere i top di livello, quelli che alleggeriscono la carta di credito di un centone di euro. Naturalmente, sempre a carico c’è la spesa per la basilare connessione internet, ormai ineludibile nella vita d’oggi, al pari del tradizionale binomio di tasse-corone di fiori. Un bazar in tasca, per tutte le tasche, insomma. Presa dalla frenesia – la stessa di un bambino al primo giorno di libero accesso a Disney channel – inizio ad installare programmini in maniera del tutto casuale. Mi sento la massaia che passa avanti e indietro, dalla corsia del pesce fresco a quella degli shampoo, e butta nel carrello di tutto… Ce n’è per tutti i gusti. All’improvviso, mi chiedo se le persone che normalmente chiamavo con il mio preistorico cellulare siano a conoscenza di questa scatoletta magica. E poiché immagino che molte non lo siano, inizio a contattarle per raccontare loro della novità. La prima ad essere informata è la mamma (tautologico finché si vuole, ma la mamma è la mamma…). Quando provo a spiegarle, lei subito non capisce e pensa che abbia acquistato un nuovo asciugacapelli. Afferro al volo che lei è di un’altra generazione e proseguo con un secondo numero di miei contatti. Chiamo la mia amica Simona, che all’opposto, è una tipa single sempre in giro, o per ristoranti, o per negozi, o per cercare qualcuno che poi li paghi. Le spiego che nel mio nuovo arnese c’è la più aggiornata guida Michelin e il navigatore per arrivare al miglior ristorante di zona. C’è un segnalatore di autovelox per arrivarci in tempo senza prender multe e intere collezioni pret-à-porter per indossare l’abito giusto. Un fidanzato? Mi chiede. No, l’i-boy non l’ho ancora trovato, ma se può far comodo il gingillo si trasforma in un pratico massaggiatore. Chiudo la telefonata con Simona. Il successivo nella mia rubrica è Raimondo, che di solito ama più una chitarrata attorno al falò sulla spiaggia, che non l’iPod in camera vicino al termosifone. A lui consiglio le previsioni meteo aggiornate su qualunque parte del globo e la mappa completa delle costellazioni stellari; misuratore di temperatura esterna ed altimetro, se decide per la gita d’alta quota all’ultimo momento. Se poi è in vena di suonare in compagnia al chiar di luna, l’oggetto si improvvisa chitarra o piano elettrico. E per raccogliersi intorno al fuoco di mezzanotte sul bagnasciuga c’è pure un bell’accendino che fiammeggia, virtuale ma gagliardo.
L’avviso di chiamata di mio marito che sta per rincasare pone fine al mio giro di chiacchierate. A lui, più di tutti, ora devo decantare le lodi del mio acquisto, se non altro per giustificare il fatto che mi sono giocata più di metà rata del nostro mutuo… A lui, pluriletterato e sensibile agli aspetti di utile conoscenza, parlo del vantaggio di un vocabolario portatile, del traduttore di lingue, ma anche della possibilità di rileggersi la Divina Commedia e i Promessi sposi sulla metropolitana mentre andiamo insieme al lavoro o, se proprio è stanco, del beneficio di riguardarsi semplicemente l’intera galleria del Louvre… Resta un po’ scettico, e soprattutto mi ricorda il suo marcato astigmatismo, che fa a pugni con il mondo intero da osservare in un palmo di mano. Gioco l’ultima carta: “Se non vuoi leggere, ci sono gli audiolibri da ascoltare”. Si fa tardi e decidiamo di andarcene a letto. Io però non riesco a staccarmi dall’iPhone, che evidentemente gioca il ruolo di terzo incomodo ai suoi già gelosi occhi. Una volta infilati sotto le coperte, il maschio ci prova, come al solito. “No dai, …stasera no…. Ho mal di tech, tesoro…